Transizione energetica: strategie possibili tra crisi e rischi Geopolitici

Il report di Sace "Focus ON - Transizione energetica"

La chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell'Iran, avvenuta a fine febbraio 2026 sull'onda degli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele, ha trasformato in urgenza concreta ciò che il "Focus ON – Transizione Energetica" di SACE aveva già anticipato: la dipendenza dai combustibili fossili del Golfo Persico è una vulnerabilità strutturale e la transizione energetica è inderogabile. Per le imprese italiane, la crisi apre scenari di rischio inediti ma anche opportunità da cogliere con lucidità, strumenti adeguati e la giusta protezione assicurativa.

Il nuovo scenario dell'energia nel 2026

Il "Focus ON – Transizione Energetica" pubblicato da SACE il 25 marzo 2026, inquadra la transizione energetica come una leva strategica per competitività, sicurezza e crescita industriale, sottolineando come investimenti globali e nuove tecnologie stiano riconfigurando mercati, filiere e modelli di business. Un'affermazione che, a poche settimane dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, non rappresenta più soltanto una semplice proiezione di scenario.
Il 2026 è l'anno in cui il concetto di "sicurezza energetica" ha smesso di essere una formula tecnica per diventare una questione di sopravvivenza industriale. L'adozione di fonti rinnovabili si è affermata come la principale leva di competitività per le aziende che operano sui mercati internazionali: affrontare la transizione non significa più solo ridurre l'impatto ambientale, ma proteggere i margini operativi dalla volatilità dei mercati energetici. Dunque la transizione non è più una scelta etica, ma una necessità strategica, un atto di autodifesa economica.
Per le imprese italiane, efficienza energetica e fonti rinnovabili diventano fattori chiave di resilienza, e il Made in Italy può rafforzarsi sviluppando filiere industriali legate alla decarbonizzazione. In questo senso, la crisi iraniana e dell'intero Golfo Persico non fa che accelerare un percorso già avviato: chi non aveva ancora investito nella diversificazione energetica si trova oggi esposto a rincari di costi che possono erodere competitività e margini in modo rapido e imprevedibile.
Il dato geopolitico di fondo è impossibile da ignorare. Gli attacchi militari condotti da Stati Uniti e Israele contro l'Iran a fine febbraio 2026 hanno innescato una reazione a catena che alcuni analisti hanno definito come il più grande shock energetico dalla crisi petrolifera degli anni Settanta e la più grande interruzione nella storia del mercato petrolifero globale. Lo Stretto di Hormuz, stretto corridoio marittimo largo appena 34 chilometri nel punto meno esteso, è diventato il fulcro di una crisi sistemica che investe l'intera economia mondiale. Attraverso questo passaggio transita circa il 20% di petrolio e GNL consumati nel mondo.
La risposta di Teheran ha reso evidente che puntare sull'autonomia energetica non è una velleità ambientalista, è realpolitik.

Lo Stretto di Hormuz e l'urgenza di "cambiare rotta"


Lo Stretto di Hormuz è il principale collo di bottiglia energetico del pianeta, collega il Golfo Persico all'Oceano Indiano e da lì passano petrolio e gas in arrivo dai principali produttori del Golfo (inclusi Arabia Saudita, Emirati e Iraq, oltre allo stesso Iran) destinati ai mercati di Asia, Europa e Nord America. Bloccare questo corridoio significa, in pratica, far saltare un quinto del rifornimento energetico globale in un colpo solo.
Il 28 febbraio, a seguito degli attacchi militari, Teheran ha risposto chiudendo lo stretto al traffico commerciale occidentale. Le rotte alternative sono limitate e insufficienti a compensare la perdita, dunque l'impatto sui mercati energetici è stato immediato e devastante. Secondo le stime dell'UE, come raccontato da Euronews, i prezzi del gas sono aumentati del 70% e quelli del petrolio del 50%, con un aggravio di 13 miliardi di euro sulle importazioni di combustibili fossili.
Per l'Italia, l'impatto è diretto e quantificabile. Il nostro Paese acquista prodotti energetici via Hormuz per un valore di 11 miliardi di dollari, il che rende la chiusura dello stretto una minaccia concreta non solo per le bollette delle famiglie, ma per la competitività del sistema industriale. Il governo italiano si è mosso cercando di aumentare le forniture di gas dall'Algeria, ma i margini di manovra nel breve periodo rimangono stretti.
Anche se le ostilità dovessero terminare rapidamente, i leader europei avvertono che gli impatti economici ed energetici potrebbero protrarsi per qualche tempo, alimentando l'inflazione e i costi industriali. È precisamente questo scenario di persistenza del rincaro che rende cogente la tesi di SACE: la transizione verso rinnovabili e l'efficienza energetica rappresentano l'unica forma di autonomia strategica strutturale che le imprese e i Paesi possano costruire nel medio periodo. Non si tratta di sostituire dall'oggi al domani gli idrocarburi, ma di ridurre progressivamente e deliberatamente l'esposizione a quella vulnerabilità geopolitica che Hormuz ha reso improvvisamente visibilissima.

Aspetti assicurativi: la protezione delle imprese


La crisi iraniana ha fatto emergere con forza un tema che il mondo assicurativo conosce bene ma che spesso le PMI italiane tendono a trascurare: il rischio non è solo una possibilità astratta, ma una variabile concreta da presidiare con strumenti specifici. È in questo contesto che il ruolo dei broker assicurativi diventa centrale nella strategia difensiva delle imprese.

Transizione Energetica e coperture specialistiche
La transizione energetica genera a sua volta nuove tipologie di rischio che richiedono coperture dedicate. I progetti di produzione da fonti rinnovabili (impianti fotovoltaici, parchi eolici, sistemi di accumulo) espongono le imprese a rischi di costruzione, guasto, interruzione della produzione e variazione delle normative incentivanti. Il broker ha qui un ruolo consulenziale fondamentale per strutturare un programma assicurativo integrato che accompagni l'azienda nella sua trasformazione energetica, dal cantiere all'esercizio.

Interruzione della Supply Chain
È forse il fronte più caldo nel contesto della crisi di Hormuz. Il conflitto in corso tra USA, Israele e Iran sta già generando effetti significativi sulle rotte marittime e aeree globali: lo Stretto di Hormuz ha visto il traffico ridursi fino al 90%, con le compagnie di navigazione che hanno dovuto sospendere temporaneamente i servizi, deviando i carichi verso porti alternativi in Oman, UAE e Arabia Saudita, con trasporto su terra per completare le consegne. Per le imprese che importano materie prime, componenti o semilavorati dall'area del Golfo o che utilizzano rotte marittime che passano per quella zona, il blocco si traduce in ritardi, mancate consegne, costi di rerouting e aumento esponenziale dei premi assicurativi per i corridoi a rischio.
L'aumento dei prezzi del petrolio ha un impatto diretto su carburante, bunker, diesel e jet fuel, traducendosi in surcharges, ritardi nei servizi e selezione delle rotte più remunerative. I premi assicurativi per transiti in zone ad alto rischio sono saliti, imponendo nuove spese fisse sui trasporti e costringendo molte aziende a ripensare modalità operative e strategie contrattuali.

Rischio Politico
Per rischio politico si intende la probabilità di interruzione delle operazioni delle imprese causata da eventi politici che si verificano nel Paese o da cambiamenti nel contesto internazionale. Espropri, nazionalizzazioni, restrizioni ai pagamenti transfrontalieri, embarghi: tutto questo rientra in un perimetro di rischio che la guerra ha drammaticamente ampliato.
 

La resilienza è verde e assicurataenergie ri

Le crisi, quando sono abbastanza grandi, hanno il merito di rendere evidente ciò che i dati e le analisi cercano da tempo di comunicare. La dipendenza dai combustibili fossili del Medio Oriente è una vulnerabilità strutturale che nessuna strategia diplomatica o militare può eliminare definitivamente. L'unica via d'uscita è costruire sistemi energetici meno dipendenti da quei corridoi.
Alcuni analisti affermano che le energie rinnovabili offrono la migliore protezione dagli shock dell'offerta energetica, e la crisi del 2026 è destinata a diventare un caso di studio in questo senso. Già nelle prime settimane del conflitto, TotalEnergies e Masdar, la società di energie rinnovabili sostenuta dagli Emirati Arabi Uniti, hanno annunciato una joint venture da 2,2 miliardi di dollari per implementare rapidamente le energie rinnovabili in nove paesi asiatici: una risposta di mercato molto chiara.
Le crisi, dunque, accelerano le trasformazioni necessarie. Le aziende italiane che sanno leggere questo momento – che si assicurano, diversificano, efficientano e guardano ai mercati con gli strumenti giusti – non solo sopravvivono alla "tempesta" di Hormuz, ma ne escono più competitive. Perché la resilienza, nel 2026, è verde e assicurata.

La Mappa dell'Export 2026: dove guardare adesso?

Se il Medio Oriente è "caldo" e la rotta di Hormuz è compromessa, la domanda che ogni imprenditore italiano si pone è semplice: dove guardare adesso? La risposta di SACE è articolata e si basa su uno strumento di grande utilità pratica.
SACE ha presentato la Mappa dell'Export 2026, il mappamondo digitale interattivo che traccia le vie di crescita delle imprese che esportano e investono nel mondo, giunto quest'anno alla 19ª edizione. Lo strumento si avvale di un set integrato di indicatori che valutano profili di opportunità e rischi in circa 200 mercati esteri: rischio di credito, rischio politico e indicatori di opportunità per l'export e gli investimenti.
Al centro dello strumento c'è l'Export Opportunity Index (EOI), un indice che individua, in una scala da 1 a 100, il livello di opportunità imprenditoriale in un determinato Paese, aiutando le imprese a identificare dove conviene investire e con quale profilo di rischio.
SACE ha selezionato 16 mercati strategici, molti dei quali presenti nel Piano d'Azione per l'Export elaborato dal Ministero degli Esteri: Arabia Saudita, India, Cina, Marocco, Brasile, Turchia, Messico, Egitto e altri, Paesi considerati interessanti perché caratterizzati da una crescente capacità di assorbire il Made in Italy, da elevati indicatori di opportunità (EOI) e da rischi politici e di credito considerati sostenibili.

America Latina: i minerali critici della transizione
L'America Latina vive una fase di rinnovato interesse globale, spinta dalle risorse minerarie strategiche essenziali per la transizione energeticae digitale. Il rafforzamento dei legami tra Unione Europea e Mercosur apre prospettive interessanti in Brasile e Messico. In Brasile, prima economia dell'area, le imprese italiane potranno beneficiare di prospettive positive legate a infrastrutture, transizione energetica, automazione industriale e beni di consumo; l'accordo UE-Mercosur rafforza ulteriormente il potenziale di crescita dell'export. Per le aziende italiane del settore delle energie rinnovabili, dell'automazione e della meccanica strumentale, il Brasile rappresenta una delle destinazioni più promettenti del prossimo triennio.

Europa dell'Est e Balcani: integrazione nelle filiere europee
Nei Balcani e in Turchia, i processi di convergenza europea e i piani infrastrutturali sostengono opportunità industriali, pur in presenza di profili di rischio medio. Questi Paesi si inseriscono in una logica di "friend-shoring" (la costruzione di filiere industriali ancorate ad alleanze politiche e normative condivise) che la crisi di Hormuz rende ancora più attraente. Ridurre la dipendenza da fornitori in aree geopoliticamente instabili non è solo prudenza, è strategia competitiva.
Un dato strutturale su cui SACE richiama costantemente l'attenzione è l'eccessiva concentrazione geografica dell'export italiano: oggi il 45% delle imprese italiane esporta in un solo mercato, una concentrazione che aumenta la vulnerabilità a shock localizzati e che richiede un'apertura verso nuove rotte commerciali. La crisi iraniana offre, in modo drammatico, la dimostrazione empirica di questo rischio.
 

Contattaci per avere maggiori informazioni!


ATTENZIONE: A tutela dei consumatori da possibili tentativi di truffa, informiamo che nessuna società del Gruppo Howden distribuisce prodotti assicurativi attraverso i social media o accetta pagamenti su conti correnti intestati a soggetti diversi dalla società.

In caso di dubbio, vi invitiamo a contattare i nostri uffici e a controllare l’elenco dei siti internet utilizzati dagli intermediari assicurativi nell'apposita pagina del sito IVASS ( https://www.ivass.it/consumatori/siti-imprese-intermediari/index.html), così come i comunicati stampa emessi dallo stesso Istituto di Vigilanza, tutti raggiungibili dalla sezione “Difendiamoci dalle truffe” al seguente link: https://www.ivass.it/cyber/index.html