Export, i nuovi mercati tra opportunità globali e crisi in Medio Oriente
La Mappa dell'Export di SACE 2026
La Mappa dell'Export di SACE, giunta alla diciannovesima edizione, è uno strumento di riferimento per le imprese italiane che vogliono affrontare i mercati esteri con consapevolezza e metodo. Presentata il 26 febbraio, la Mappa 2026 non è un semplice elenco di Paesi o una graduatoria di destinazioni commerciali. È un mappamondo digitale interattivo che analizza circa 200 mercati esteri attraverso un sistema integrato di indicatori quantitativi e qualitativi.
Questa edizione si inserisce in una congiuntura globale particolarmente complessa: tensioni geopolitiche ricorrenti, frammentazione commerciale e uso sempre più strategico dei dazi come leva di politica economica.
Vediamo quali indicazioni emergono.
L'edizione 2026
La Mappa SACE si rivolge ad aziende di ogni dimensione (dalle PMI alle grandi imprese) che desiderino espandere la propria presenza internazionale in modo informato. Esistono molteplici rischi, ma le opportunità sono interessanti, e la mappa può essere utile a prendere decisioni per navigare le difficoltà geopolitiche e geoeconomiche che il mondo sta affrontando.
La Mappa sintetizza l'analisi di ciascun Paese attraverso tre indicatori principali, tutti espressi su scala da 0 a 100:
- Rischio di Credito: risponde alla domanda fondamentale di ogni imprenditore che esporta, ovvero "i miei clienti pagheranno?". Misura la probabilità che la controparte estera rispetti i propri impegni di pagamento, tenendo conto della solidità del sistema bancario locale, del livello di indebitamento pubblico e privato, della liquidità del Paese e della sua esposizione a shock macroeconomici.
- Rischio Politico: risponde alla domanda "il Paese è stabile?". Valuta la qualità delle istituzioni, la continuità normativa, la stabilità di governo, il rischio di conflitti o crisi sociali, e la tutela degli investimenti stranieri. Un Paese con basso rischio politico offre un quadro giuridico chiaro e regole del gioco prevedibili nel tempo.
- Export Opportunity Index (EOI): risponde alla domanda strategica "conviene vendere lì?" Misura il potenziale di mercato per le esportazioni italiane, incrociando variabili come crescita del PIL, domanda interna, struttura dell'economia, barriere tariffarie e non tariffarie, e compatibilità settoriale con l'offerta del Made in Italy.
Accanto a questi tre pilastri tradizionali, questa edizione integra (nell'ambito di una collaborazione tra l'Ufficio Studi SACE e Fondazione Enel) anche score relativi al rischio di cambiamento climatico, ai processi di transizione energetica e al contesto di benessere sociale. È un segnale importante: i rischi ESG non sono più un tema di sostenibilità astratta, ma variabili con ricadute concrete sul business delle imprese all'estero, in particolare in alcune geografie dell'America Latina, dell'Asia e dell'Africa Subsahariana dove si registrano gli eventi climatici più estremi.

Scenario globale: un mondo a due velocità
Il commercio mondiale ha sorpreso positivamente nel 2025, crescendo a un ritmo vicino al 5% in termini di volumi di scambi internazionali di beni. Un dato che ha sfidato le attese di molti analisti, in un anno segnato da tensioni geopolitiche diffuse, rischio di frammentazione commerciale e incertezza macroeconomica. A spiegare questa resilienza sono almeno tre fattori strutturali: l'anticipazione delle importazioni da parte di molti operatori (che hanno accelerato gli acquisti prima dell'entrata in vigore di nuove misure protezionistiche), il ciclo tecnologico sostenuto dagli investimenti in intelligenza artificiale, e la capacità delle imprese di riorganizzare le proprie catene del valore in risposta agli shock esterni.
Per il triennio 2026-2028, le previsioni di SACE indicano una crescita media degli scambi globali del +2,3% annuo, in linea con il tasso registrato nel periodo 2022-2024. Si tratta di una normalizzazione attesa, non di un crollo: il commercio internazionale si assesta su un ritmo più sostenibile dopo il rimbalzo post-pandemico e la fiammata del 2025.
La Mappa evidenzia una sostanziale stabilità media del rischio di credito a livello globale, ma con un'elevata eterogeneità tra aree geografiche e singoli Paesi.
I punteggi di rischio di credito:
- restano invariati in 93 mercati (che pesano per il 24% dell'export italiano);
- diminuiscono in 63 mercati (35% dell'export);
- aumentano nei restanti 38 (41% dell'export).
Una fotografia a tre velocità che impone letture differenziate e strategie di ingresso selettive.
Il principale fattore di rischio strutturale identificato dalla Mappa 2026 è la frammentazione del commercio globale. L'introduzione di nuovi dazi americani (con tariffe fino al 10% su molte categorie merceologiche) e la moltiplicazione delle barriere non tariffarie stanno ridisegnando le rotte e i costi del commercio internazionale in modo non reversibile nel breve termine. Non si tratta di oscillazioni congiunturali, ma di un cambiamento più profondo: il commercio viene sempre più usato come leva di competizione economica e geopolitica.
Un secondo rischio strutturale riguarda la potenziale attenuazione del ciclo degli investimenti in intelligenza artificiale, che hanno trainato in modo significativo la crescita commerciale nel 2025: se quel motore perdesse vigore prima del previsto, le proiezioni del +2,3% potrebbero risultare ottimistiche.
A questi rischi si aggiungono l'elevato indebitamento in molte economie emergenti, la possibilità di derive fiscali, l'instabilità istituzionale e gli effetti del cambiamento climatico. La capacità di leggere i mercati in modo selettivo e di integrare consapevolmente la gestione del rischio nelle strategie di crescita è, in questo scenario, una condizione competitiva irrinunciabile.
L'Italia nel mondo: il Made in Italy tiene il passo
L'Italia si conferma tra i grandi esportatori mondiali, mantenendo stabilmente la propria posizione nella top ten globale, con una quota di mercato stimata intorno al 2,8% degli scambi mondiali. Il Belpaese continua a esprimere una vocazione internazionale profonda, radicata nella qualità della manifattura e nella distintività del Made in Italy nei settori della meccanica, dell'alimentare, della moda, dell'arredo-design e dell'industria farmaceutica.
Le imprese italiane continuano a dimostrare di essere capaci di proiettarsi fuori dai confini nazionali. Ma si può fare di più: aumentare il bacino delle imprese esportatrici, rafforzarle e incentivare l'apertura a nuovi mercati.
La Mappa 2026 identifica 16 mercati strategici, individuati in linea con le direttrici della Farnesina e dopo un confronto con Confindustria. Si tratta di destinazioni distribuite su tutto il globo, dove nel medio-lungo termine si concentra un potenziale elevato per le imprese italiane: i Paesi del Golfo (Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita), i giganti asiatici (Cina e India), i mercati emergenti del Sud-Est asiatico (Vietnam, Singapore, Filippine, Indonesia, Malesia), l'America Latina (Brasile e Messico), il Nord Africa (Marocco ed Egitto) e altri mercati selezionati tra Balcani, Turchia e Asia Centrale. Questi 16 mercati hanno registrato negli ultimi cinque anni una crescita media annua del 6% nell'export italiano di beni, superiore alla media complessiva dell'export nazionale (+5%). A fine 2025, questi stessi mercati valevano complessivamente 83 miliardi di euro, pari al 12,9% del totale dell'export italiano.
Tra i più promettenti, la Mappa segnala in modo particolare Brasile, India e Marocco:
- Il Brasile, prima economia latinoamericana, offre opportunità in infrastrutture, transizione energetica, automazione industriale e beni di consumo, pur convivendo con alcune fragilità fiscali.
- L'India si profila come hub manifatturiero globale in divenire, con riforme fiscali, stabilità politica e un piano strategico di sviluppo infrastrutturale e rinnovabile che si sposa con le eccellenze italiane in meccanica, ingegneria e tecnologie industriali. L'accordo commerciale UE-India in fase avanzata di negoziazione potrebbe amplificarne ulteriormente il potenziale.
- Il Marocco gode di un solido assetto politico-istituzionale, fondamentali economici buoni e un'economia diversificata: il porto Tanger Med si sta affermando come snodo atlantico di riferimento, e il Paese ha avviato investimenti significativi nell'idrogeno verde, in linea con le priorità del Piano Mattei italiano per l'Africa.
Il dato forse più preoccupante che emerge dalla Mappa 2026 riguarda la concentrazione geografica dell'export italiano: oggi il 45% delle imprese italiane esporta in un solo mercato. Questa fragilità strutturale espone le aziende a rischi elevati: se quel mercato rallenta (come è accaduto ad esempio con la Germania, principale partner commerciale italiano in difficoltà da diversi trimestri) tutto il fatturato estero ne risente. La concentrazione su un unico mercato aumenta l'esposizione a shock localizzati (siano essi normativi, geopolitici o macroeconomici) e rende le imprese più fragili di fronte all'inevitabile volatilità del contesto internazionale.
Proteggere il business: il ruolo di assicurazioni e broker
Esportare non significa solo vendere. Significa anche incassare. E in un contesto internazionale dove i rischi di mancato pagamento, di insolvenza del cliente estero o di instabilità del Paese di destinazione sono strutturalmente più elevati che in passato, proteggere i propri crediti commerciali non è un lusso ma una condizione abilitante per mettere in sicurezza il business. È questa la logica alla base dell'assicurazione del credito all'export.
In termini concreti, l'assicurazione del credito garantisce all'impresa esportatrice di ricevere i propri pagamenti anche se il cliente estero fallisce, se il Paese in cui opera entra in crisi o se intervengono eventi politici imprevedibili che impediscono il regolare svolgimento del contratto.
Le coperture assicurative non si limitano al rischio commerciale (insolvenza del debitore privato), ma si estendono al cosiddetto rischio politico: nazionalizzazioni, guerre, embargo, moratorie unilaterali del debito, catastrofi naturali.
In questo ecosistema di strumenti e prodotti, il broker assicurativo non è semplicemente un intermediario che vende polizze. È un consulente strategico in grado di interpretare i dati degli strumenti di analisi del rischio, traducendoli in raccomandazioni operative concrete per l'imprenditore. Il suo compito è aiutare l'azienda a rispondere a domande chiave: in quale mercato conviene espandersi? Dove è necessario proteggere il credito con una polizza specifica? È sufficiente una copertura del rischio commerciale, o il profilo del Paese richiede anche quella del rischio politico? Quale tipologia di prodotto è più adatta alla struttura delle proprie operazioni estere?
Come ha spiegato Girolamo Lafiosca, Head of Trade Credit di Howden in Italia, già dall'inizio della guerra in Ucraina si è registrato un ricorso crescente alla copertura del rischio politico: se in passato in Italia era una clausola poco utilizzata, oggi è opportuno affiancarla quasi sistematicamente al rischio commerciale nelle coperture del credito per le imprese, per tutti i Paesi considerati a rischio, inclusa la Turchia. Questo cambio di approccio riflette una maturazione della cultura del rischio nel tessuto imprenditoriale italiano: non si tratta più di assicurarsi come atto burocratico o fiscalmente conveniente, ma come scelta strategica di gestione d'impresa.
Il broker assicurativo deve operare con un approccio proattivo e reattivo allo stesso tempo:
- proattivo nel consigliare coperture adeguate prima che i rischi si materializzino;
- reattivo nell'aggiornare e adattare le coperture in risposta all'evoluzione del quadro geopolitico e macroeconomico.
In pratica, questo significa monitorare in tempo reale i mercati di destinazione, proporre soluzioni su misura (incluse le coperture di rischio singolo per commesse specifiche ad alto valore) e fare da interfaccia tra l'impresa e le compagnie assicurative, che nei momenti di crisi possono ridurre la capacità di copertura o irrigidire le condizioni contrattuali.